PAOLINE Editoriale Libri
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di GABRIELLA COLLESEI, FSP

«Imprestiamo i piedi al Vangelo: che corra e si estenda.
Vorrei avere mille vite per dedicarle a questo nobile apostolato».

Parole entusiaste, che richiamano immagini di sapore biblico, e nello stesso tempo quotidiano, feriale; parole che rivelano un gran desiderio di bene, che rievocano nella memoria di quanti hanno conosciuto la persona che le ha pronunciate la nostalgia di un sorriso indimenticabile, di un incontro importante.

Teresa Merlo, la sua vita, le sue aspirazioni, i suoi sogni possono essere sintetizzati in questa dinamica sequenza di parole; e da questa frase, alla ricerca quasi dei particolari, come con uno zoom si restringe via via il campo visivo di un panorama sui dettagli, prende avvio una storia, la sua appunto, e quella di migliaia di altre donne che con lei e come lei hanno creduto, credono e crederanno di dover impegnare la propria esistenza per l’annuncio della Parola che salva.

La storia di Teresa iniziò il 20 febbraio 1894 a Castagnito d’Alba, un piccolo centro agricolo delle Langhe piemontesi, in provincia di Cuneo.

La sua era una famiglia di agricoltori, fedele custode delle sane tradizioni contadine, che godeva di stima e di autorevolezza nei dintorni per la perizia e l’abilità con la quale erano lavorati i campi di proprietà dei Merlo, per il clima sereno che regnava nell’ambiente domestico, per la sobrietà e il parlare misurato e saggio.

Teresa era la secondogenita, unica femmina, dei quattro figli di Ettore e Vincenza Rolando, una coppia che aveva fatto dell’ideale cristiano uno stile di vita da testimoniare quotidianamente con l’immediatezza semplice e profonda di chi vive ciò in cui crede.

Nel paese natio, Teresa ha frequentato le prime classi elementari con buon profitto; l’intelligenza vivace e le cagionevoli condizioni di salute furono ragioni sufficienti perché i genitori decidessero di affidarla a un’insegnante di Castagnito, la maestra Chiarla, dalla quale la bambina apprese il sapere profano e una prima conoscenza della vita spirituale.

 

CASTAGNITO (CN).
Lungo il percorso che da Alba porta a Torino si incrocia la strada che sale a Castagnito. Sorge su una ridente collina a 350 metri di altitudine, alle porte della città di Alba, capitale delle Langhe. A metà salita si incontra la casa che fu della famiglia Merlo, situata nella parte bassa del paese, denominato San Rocco.

 

Con l’andare del tempo, avendo dinanzi agli occhi figure di donne e di educatrici cristiane come la madre e l’insegnante Chiarla, Teresa, condotta pian piano attraverso le esperienze della fanciullezza e della prima giovinezza, coltivò il sogno di diventare religiosa.

La sua richiesta, fatta alle suore del Cottolengo di Torino, non fu accettata a causa delle precarie condizioni di salute.

In casa si pensò, allora, di farle imparare un mestiere, il cucito e ricamo; così, dopo un periodo di tirocinio nella vicina Alba, e successivamente a Torino, Teresa poté aprire un laboratorio tutto suo.

Ebbe a cuore fin da quei tempi di aiutare ciascuna delle ragazze, giunte alla sua scuola per diventare sarte, o magari soltanto per preparare il proprio corredo matrimoniale, ad acquisire le abilità specifiche e, nello stesso tempo, i valori cristiani. Il lavoro era vissuto in sintonia con ogni dimensione dell’essere, con la volontà ferma di dare il meglio di sé, come aveva imparato in famiglia, come mai si stancò di insegnare più tardi alle sue «figlie»: «C’è lavoro per tutte; tutti i lavori sono belli; tutti richiedono intelligenza e impegno. Ma dobbiamo essere umili, docili, obbedienti; fare quello che ci fanno fare con serenità e fiducia, prendendo a cuore il nostro ufficio e industriandoci per farlo sempre meglio, con maggior competenza».

Fare ogni cosa con il cuore, lasciandola scaturire dal profondo, con spirito di servizio e di autenticità: caratteristiche queste che certamente non passarono inosservate a don Alberione, giovane sacerdote della stessa diocesi di Alba, che in quei tormentati anni di inizio secolo XX tentava di dare corpo a un sogno ambizioso.

Nato a San Lorenzo di Fossano il 4 aprile 1884, Giacomo Alberione all’età di sedici anni, ancora studente nel seminario minore di Alba, nella notte che apre la storia verso il 1901, rispondendo all’invito di papa Leone XIII, si raccolse in preghiera dinanzi all’Eucaristia, nel duomo della sua città.

E in quel momento, vivi nella mente e nel cuore gli appelli rivolti dal pontefice ai cattolici affinché si impegnassero nell’ambito della cultura e dell’informazione di massa, il giovane Alberione intuì di «voler fare qualcosa per Dio e per gli uomini del nuovo secolo», utilizzando gli strumenti che fino ad allora erano stati esclusivo appannaggio di quanti volevano destabilizzare la religiosità radicata nella gente semplice.

Nel 1914, dopo aver ricevuto da qualche tempo l’incarico dal suo vescovo di dirigere il giornale diocesano Gazzetta d’Alba, Don Alberione raccolse attorno a sé un gruppetto di ragazzi, e il 20 agosto di quello stesso anno diede inizio alla Scuola Tipografica Piccolo Operaio.

Era realmente il piccolo seme di evangelica memoria, destinato a diventare un grande albero; il primo nucleo della futura Società San Paolo, e passo d’inizio di una lunga avventura.

Nel suo sogno Don Alberione, che aveva pensato a una organizzazione laica di scrittori, tecnici, librai cattolici, intravide la necessità che questi «operai del Vangelo» fossero religiosi e religiose, «anime che amano Dio con tutta la mente, con tutte le forze, con tutto il cuore».

Sembrava azzardato a molti pensare di affidare a gente di Chiesa l’uso della stampa e dei mezzi di comunicazione sociale, che il progresso avrebbe offerto con l’evolversi della storia, e coinvolgere in questo progetto addirittura la donna.

Ma Don Alberione non si lasciò scoraggiare da ostacoli e incomprensioni, e aprì lo sguardo dei suoi giovani sull’urgenza di quell’apostolato, e sul futuro.

 

Parrocchia in cui è parroco dal 1913 al 1946 il can. Francesco Chiesa. È situata in via Maestra, centro storico di Alba. Qui il 27 giugno 1915 Teresa Merlo incontra Giacomo Alberione. Egli le parla di "quanto bene può fare la donna con la stampa". Lei, con fede e fiducia incondizionata, risponde di sì, senza riserve.

 

Il 15 giugno del 1915 Don Alberione incontrò ad Alba, nella sacrestia della Chiesa dei Santi Cosma e Damiano, Teresa Merlo, che gli era stata introdotta dal fratello di lei Costanzo Leone, allora seminarista.

Il Signor Teologo – con questo appellativo Don Alberione era conosciuto in diocesi a motivo degli studi di specializzazione in teologia – l’aveva convocata per proporle di dirigere un laboratorio di cucito, che aveva intenzione di aprire ad Alba.

Teresa andò a quell’incontro accompagnata dalla madre, che forse fin dal primo momento comprese di non poter fare a meno di assecondare la disponibilità della figlia. E la risposta di Teresa fu affermativa.

Iniziò in compagnia di poche ragazze, tutte impegnate a cucire indumenti per i soldati, con Don Alberione e il canonico Francesco Chiesa, suo consigliere e direttore spirituale, a provvedere istruzione religiosa, orientamenti di lavoro, di preghiera, di vita.

Il Laboratorio femminile divenne col passare del tempo rivendita di libri e di oggetti religiosi, scuola di catechismo e di composizione tipografica. E il 29 giugno 1918, festa dei Santi Pietro e Paolo, tre delle prime giovani discepole dell’Alberione, fra le quali Teresa Merlo, assumono l’impegno dei voti religiosi.

Non c’è «pubblicità» attorno a questo gesto; ancora un piccolo esordio, e di lì a poco tempo si aggiungerà un’ulteriore tessera all’abbozzato mosaico: è il momento di lasciare Alba per iniziare l’apostolato stampa.

Il vescovo di Susa, monsignor Castelli, propose infatti a Don Alberione di affidare alle sue ragazze il settimanale diocesano La Valsusa, la cui pubblicazione era stata interrotta per mancanza di personale.

Si accettò di buon grado, e alcune «figlie» lasciarono la casa di Alba per iniziare la nuova opera, fra mille incertezze e poche conoscenze e abilità tecniche.

 

A Susa tutto parla di San Paolo: nella tipografia e nella libreria domina il suo quadro, in casa la sua statua è posta su un piccolo altarino, "san Paolo si invocava nei lavori e quando si incontrava qualche difficoltà. Il caro padre san Paolo guidava, insegnava, e noi, quasi per renderlo più di famiglia, lo chiamavamo san Paulin" (M. Tecla).

 

Al lavoro di composizione e stampa, si accompagnava anche a Susa la vendita di libri; su ogni attività sovrastava una grande immagine di san Paolo, ragione per cui la gente del posto ben presto finì col chiamare quel gruppo di giovani donne sbrigativamente le «figlie di san Paolo», nome destinato a diventare nel tempo l’appellativo comune in ogni angolo del mondo.

Teresa coordina il gruppo e il loro lavoro e, sotto la guida vigile e sapiente dell’Alberione, insieme con le compagne, vive e sperimenta sulla propria pelle il progressivo definirsi dell’intuizione del giovane sacerdote albese circa la donna, chiamata anch’ella nella Chiesa a un impegno formativo e pastorale non soltanto limitato all’ambiente familiare, ma con precise funzioni di primo piano nell’ambito dell’apostolato stampa.

E l’esperienza di Susa ne è un esempio, davvero il principio.

Avviata bene La Valsusa, nel luglio del 1922 Don Alberione richiamò le «figlie» ad Alba; nel frattempo cinque dei suoi giovani erano stati ordinati sacerdoti. Fra loro, primo di tutti, il più stretto collaboratore dell’Alberione, don Timoteo Giaccardo, che il 22 ottobre 1989 Giovanni Paolo II ha dichiarato beato.

Il sogno si fa realtà. Anche le Figlie di San Paolo realizzano la loro missione, l’annuncio del Vangelo con la stampa e gli strumenti della comunicazione sociale, che il progresso via via offrirà.

Fondano la loro esistenza su basi sicure: la parola di Dio e l’Eucaristia.

Questi segni efficaci della presenza di Cristo in mezzo ai suoi discepoli alimentano l’impegno di consacrazione al Signore e l’esercizio della missione specifica.

Nella Parola si attua l’incontro con il Maestro Divino, Via unica per andare a Dio Padre, Verità che sola dà senso alla storia dell’uomo, Vita che apre il cuore all’amore autentico.

Dall’Eucaristia viene la luce e la forza per comprendere e assumere in pienezza il mandato di annunciare il messaggio della salvezza a ogni creatura.

È il Cristo totale, che Don Alberione ha imparato a conoscere dalle lettere di san Paolo, quello che addita ai suoi, riconoscendo nell’Apostolo delle genti il «padre, maestro, esemplare, fondatore» delle congregazioni religiose affidate alla sua protezione.

Sull’esempio di san Paolo, le «figlie» sono chiamate ad aprirsi all’accoglienza di ogni popolo, di ogni cultura, con il desiderio di farsi «tutto a tutti» pur di predicare la buona notizia del Signore Gesù.

 

ALBA, 22 luglio 1922: Professione delle prime nove Figlie di San Paolo e costituzione dell'Istituto. Con la professione prendono un nome nuovo, preceduto dal titolo di Maestra. Teresa Merlo, che ha preso il nome di Tecla, è nominata dal Fondatore Superiora generale per 12 anni. Il beato Giacomo Alberione le aveva dato il titolo di "Prima Maestra", a indicare lo spirito caratteristico della congregazione.

 

Uno spirito missionario a tutto campo, che non può fare a meno di guardare con fiducia a Maria, Regina degli Apostoli. È lei che introduce alla conoscenza della persona e dell’insegnamento di Cristo Maestro, e insegna a porgerlo, Parola di vita, agli uomini di tutti i tempi.

Teresa entrò con facilità in questa logica dello Spirito, che l’Alberione riteneva essenziale per la formazione di coloro che avrebbero condiviso il suo ideale. Una logica di abbandono alla volontà di Dio, che si fa per lei accoglienza di responsabilità apparentemente lontane dalle sue forze.

Il 22 luglio di quello stesso 1922, infatti, il Primo Maestro – così Don Alberione era chiamato all’interno della giovane compagine paolina – annuncia alla nascente comunità delle Figlie di San Paolo che da allora Teresa, che con la professione religiosa aveva assunto il nome di Tecla in onore della discepola di san Paolo e come segno di confidenza nell’apostolo, sarà superiora generale per dodici anni.

Allo stile determinato di Don Alberione, fa da completamento quello di Maestra Tecla, umile ma non dimesso, dolce e forte allo stesso tempo, all’insegna di una apparente sottomissione, che è prima di tutto lungimiranza e fede nel Signore e nelle sue mediazioni.

È per lei il tempo di credere con fiducia rinnovata nelle scelte dell’Alberione. Le viene in aiuto la preghiera della fede, il Patto o Segreto di riuscita.

In linea con la tradizione biblica dell’alleanza che Dio stabilisce con coloro che chiama in vista della realizzazione di un suo progetto, Don Alberione aveva stilato questa preghiera, nella quale si appella a Gesù Maestro, e gli affida tra l’altro la consapevolezza di una povertà di mezzi, abilità tecniche, salute, fede, perché sia lui a moltiplicare i frutti di bene prodotti con l’apostolato stampa.

Maestra Tecla entrò nella logica di questa alleanza e manifestò di averla assunta nella fede rivelando nel tessuto della propria vita di ogni giorno un profondo spirito di abbandono e di fiducia in Dio.

 

Patto o Segreto di riuscita
Gesù Maestro, accetta il patto che ti presentiamo per le mani di Maria,
Regina degli Apostoli, e del nostro padre san Paolo.
Noi dobbiamo corrispondere alla tua altissima volontà,
arrivare al grado di perfezione e gloria celeste cui ci hai destinati,
e santamente esercitare l’apostolato dei mezzi della comunicazione sociale.
Ma ci vediamo debolissimi, ignoranti, incapaci, insufficienti in tutto:
nello spirito, nella scienza, nell’apostolato, nella povertà.
Tu invece sei la Via e la Verità e la Vita, la Risurrezione,
il nostro unico e sommo Bene. Confidiamo solo in te, che hai detto:
«Qualunque cosa chiederete al Padre in nome mio, voi l’avrete».
Per parte nostra, promettiamo e ci obblighiamo:
a cercare in ogni cosa e con pieno cuore, nella vita e nell’apostolato,
solo e sempre, la tua gloria e la pace degli uomini.
E contiamo che da parte tua voglia darci spirito buono, grazia,
scienza, mezzi di bene. Moltiplica, secondo la immensa tua bontà
e le esigenze della nostra vocazione speciale, i frutti del nostro lavoro spirituale,
del nostro studio, del nostro apostolato, della nostra povertà.
Non dubitiamo di te, ma temiamo la nostra incostanza e debolezza.
Perciò, o Maestro buono, per l’intercessione della nostra madre Maria,
trattaci con la misericordia usata con l’apostolo Paolo:
sicché, fedeli nell’imitare questo nostro padre in terra,
possiamo essergli compagni nella gloria in cielo.
Amen!

 

L’accrescersi della compagine paolina indusse Don Alberione a travalicare i confini di casa: prima tappa, Roma, dove la consueta volontà e determinazione a organizzare l’apostolato fu attenuata dal fatto che l’istituzione non era stata ancora ufficialmente riconosciuta dalla Chiesa come congregazione religiosa.

Per il benevolo interesse di prelati che credevano nel sogno dell’Alberione, anche questo obiettivo fu raggiunto entro breve tempo; il 12 marzo 1927 il vescovo di Alba, su delibera di papa Pio XI, firmò il decreto diocesano di costituzione della Società San Paolo in congregazione religiosa dedita alla buona stampa.

Le autorità romane temporeggiarono un po’, invece, per il gruppo femminile, e per il suo riconoscimento imposero l’abito religioso, una sorta di compromesso per Don Alberione, che aveva pensato le sue «figlie» uguali a tutte le altre donne nel modo di vestire.

Maestra Tecla si occupò pure di questo, rispolverando la sua abilità di sarta per dar forma a un modello di abito pratico, adatto alle esigenze apostoliche di queste suore sui generis, destinate, di lì a poco tempo, a offrire con generosità il seme della Parola negli ambienti più disparati.

E dopo l’abito, ma soprattutto in seguito alle relazioni dettagliate, pervenute a Roma a testimonianza della bontà dell’opera del Signor Teologo, il 15 marzo 1929 monsignor Re riconobbe la Pia Società delle Figlie di San Paolo come congregazione religiosa di diritto diocesano.

Risale a quegli anni anche la decisione presa da Don Alberione di editare la Bibbia e di prodigarsi affinché potesse entrare in ogni casa.

Gran parte dei cattolici fino ad allora, infatti, aveva sentito leggere il testo sacro soltanto in Chiesa, e per giunta in latino. Si temeva di diffondere a vasto raggio la Bibbia e di metterla nelle mani dei fedeli a causa dell’interpretazione inesatta che se ne sarebbe potuta fare, così come si giudicava avvenisse all’interno del protestantesimo.

Don Alberione, da parte sua, sapeva bene per esperienza personale quanta forza potesse comunicare la parola di Dio e, instancabile, sollecitò sempre i suoi «figli» e le sue «figlie» a credere nella potenza di questa presenza silenziosa, ma molto eloquente.

Sostenuta dalla stessa convinzione, Maestra Tecla a proposito ricordava alle Figlie di San Paolo, che di famiglia in famiglia diffondevano le varie pubblicazioni: «Se vi dicono che non sanno leggere, offrite il Vangelo e la Bibbia, dicendo che questo libro, anche se non si legge, fa bene lo stesso averlo in casa».

Una certezza che si era cristallizzata in lei nella consuetudine di avere sempre con sé un piccolo Vangelo: era il compagno di cammino, la guida sicura, che si desidera fare incontrare a ogni persona, mettendosi materialmente sulle strade che la gente percorre ogni giorno.

«Avanti! In cammino, Figlie di San Paolo, portate la verità della carità», annunciate a ogni persona la salvezza, ridonate a tutti la speranza.

 

Donne in cammino: Video realizzato in occasione dello spettacolo "Il sogno di una donna" di Daniele Ricci (Paoline), in occasione dei 100 anni delle Figlie di San Paolo: 15 giugno 1915 - 15 giugno 2015.

 

In cammino, con mezzi impensati per i primi decenni del secolo XX, in sella a una bicicletta, al volante di un’auto; in cammino, con le borse cariche di libri, semi di bene, disposte a percorrere anche il più impervio sentiero pur di raggiungere ogni casa, ogni famiglia.

In cammino, nonostante la stanchezza, le incomprensioni, i timori; come san Paolo, unicamente preoccupate di comunicare il Vangelo di Cristo a tutti.

Maestra Tecla fu con loro anche in questa itineranza; e dalle esperienze che faceva, traeva indicazioni e suggerimenti per definire meglio le modalità pratiche e lo spirito che doveva animare ogni suora.

Nel gergo paolino, per indicare questa attività di diffusione della parola di Dio e delle pubblicazioni che la mediano, si parlò sempre e dovunque di propaganda, un termine tecnico-commerciale assunto a dignità nuova, quella stessa della predicazione orale fatta dal pulpito delle cattedrali o di umili chiese di campagna.

Nel frattempo c’era già un nuovo progetto in cantiere: l’apertura in varie città d’Italia di centri stabili, che facessero da punto di appoggio per l’irradiazione delle pubblicazioni prodotte.

Si cominzia con Salerno, alla fine del 1928, con il consueto stile, che di lì a pochi anni fu collaudato in tanti Paesi del mondo: una sistemazione improvvisata, e poi la ricerca dei locali per la libreria, i contatti con le autorità ecclesiastiche, con il clero e le associazioni diocesane per fare conoscere le finalità dell’opera e i libri di cui si disponeva.

Ancora incertezze e critiche da parte di chi faceva fatica ad accettare quelle suore in vesti da «commercianti»; ma Maestra Tecla e le sue «figlie» andarono avanti, sicure della bontà della scelta fatta.

Dalle librerie, nuove cattedrali per l’annuncio del Vangelo, si partiva per visitare ogni paese; e ad esse confluivano sacerdoti, religiosi, laici alla ricerca intenzionale o occasionale di qualcosa che li aiutasse nella catechesi, nella prassi pastorale, nella vita spirituale, trovandovi volentieri anche una parola buona, un sorriso.

«Le nostre Librerie sono Centri di Apostolato; non vetrine propriamente, ma insegna fatta di san Paolo e Vangelo; non negozio, ma servizio; non vendita, ma apostolato con tutte le iniziative; non affari e cifre, ma Vangelo che spande luce e calore nella regione…»: queste le istruzioni di Don Alberione, alle quali faceva eco saggiamente Maestra Tecla: «Queste cose leggetele bene e poi poco per volta verremo a questo, non affannatevi, si farà poco per volta ma intanto si deve mirare lì».

L’obiettivo da raggiungere sia chiaro, coltivato, tenuto presente; il raggiungere la meta sarà questione di procedere per gradi, con la pazienza del contadino che, dopo aver seminato, sa attendere con spirito vigile e laborioso la crescita e la maturazione del raccolto.

L’espansione in Italia era avviata soltanto da pochi anni, e il Signor Teologo già proiettava i suoi «figli» e le sue «figlie» oltremare; era il 1931. Si iniziò con le Americhe, e poi via via in molti Paesi d’Europa, Asia, Africa, e in Australia.

Per le «figlie» provvedeva a ogni cosa Maestra Tecla; le aiutava a consolidare lo spirito missionario e le incoraggiava con l’affetto e la delicatezza che le erano tanto familiari: «Prima che lasciate la nostra patria provvisoria vi mando dal profondo del cuore un saluto e un augurio… che la nuova terra che andate ad abitare sia per voi il campo di lavoro della santità vostra prima di tutto. Fatevi molto sante… Non vi scoraggiate se non vedete il bene che fate; alle anime il più delle volte si è più utili nel nascondimento…»

Inizi poveri, incerti, fra le fatiche e le perplessità già sperimentate in Italia, con la preoccupazione di fare bene, di fare presto, senza conoscere la lingua, la cultura.

Maestra Tecla le seguiva passo passo di lontano; attraverso contatti epistolari settimanali le sosteneva nelle difficoltà esterne e interne, fedele alle direttive dell’Alberione le sollecitava ad essere autonome nelle loro opere e attente a rispondere alle esigenze dell’ambiente in cui si trovavano, come sapevano e potevano.

Minuscoli insediamenti paolini, che posero le premesse per le attuali presenze in quei Paesi, presenze floride e significative nel campo dell’evangelizzazione e della promozione umana con gli strumenti di comunicazione sociale più moderni ed efficaci, oggi come allora.

Don Alberione, nel frattempo, stava pensando a una rivista per la famiglia, da affidare alle Figlie di San Paolo. Ancora un inizio.

In occasione del Natale del 1931 si pubblicò il primo numero di Famiglia Cristiana, giornale il cui scopo primario era quello di offrire sia un’informazione che consentisse di leggere e valutare la storia in una prospettiva cristiana, sia orientamenti formativi utili per affrontare le diverse problematiche e situazioni che si riscontrano all’interno della famiglia.

Le Figlie di San Paolo si occuparono di quella rivista, facendola crescere e migliorandola nei contenuti e nella veste grafica, fino al 1938, anno in cui Don Alberione ne affidò la direzione ai paolini.

Famiglia Cristiana, diventata nel tempo uno dei settimanali più diffusi e apprezzati in Italia, ben realizza il pensiero di Don Alberione: «Parlare di tutto cristianamente».

Testate simili nella finalità e nell’approccio formativo sono edite oggi dalle congregazioni paoline nelle lingue più parlate del mondo: inglese, spagnolo, portoghese.

 

Vi sono tante anime che aspettano la salvezza e sono pochi gli operai del Vangelo.  Pensate: ancora la metà dell'umanità non conosce Dio, e l'altra metà lo conosce e lo serve poco... Occorrono apostoli, ma veri apostoli, che abbiano il cuore pieno d'amor di Dio." (M. Tecla)

 

Nella primavera del 1936 Maestra Tecla intraprese il primo di una lunga serie di viaggi per visitare le «figlie» sparse nel mondo. Da ogni luogo mantenne i contatti con «casa madre», e tutte informava circa l’avventura in quelle terre tanto lontane. La sua attenzione si fermava soprattutto sulle questioni che le erano più familiari: «Le persone con cui ho parlato, tutte dicono che ci vuole la stampa, la nostra stampa, il nostro apostolato…»

Con la solita fermezza e passione per l’autenticità, auspicava per gli insediamenti delle Figlie di San Paolo in quei Paesi prima di tutto che ciascuna vivesse rettamente la propria vocazione, con lo sguardo rivolto alle cose che contano, al cielo.

«La vita passa presto, facciamoci furbe»: è la furbizia di chi ha compreso quanto sia essenziale restare nel Signore, confidare in lui, a lui affidarsi in ogni situazione. «Guardate sempre in su al Paradiso! Lì è la nostra vera patria, lì il nostro posto, preparatoci dal Divin Maestro, lì dobbiamo aspirare, lì arrivare a qualunque costo».

In questa «preoccupazione», Maestra Tecla rivelava la sua anima più vera, che felicemente traduceva nella concretezza della vita di ogni giorno lo spirito della consacrazione religiosa: essere nel mondo ma non appartenergli.

Vivere la dimensione apostolica, la concretezza dell’attività quotidiana al servizio della Parola, con il cuore rivolto alle cose che vanno oltre il tempo, all’eternità, e portare nella preghiera le ansie e le attese degli uomini, senza distinzioni di razza, di cultura, di religione, sentendo vivo e incalzante l’interrogativo dell’Alberione: «Verso quale meta cammina questa umanità, che si rinnova sempre sulla faccia della terra?»

Avviata bene la propaganda, il Primo Maestro volle che le Figlie di San Paolo concentrassero le loro energie sulla redazione, così da realizzare più compiutamente il fine stesso della Congregazione, che è «casa di magistero».

Alcune suore furono pertanto indirizzate agli studi teologici, prima all’interno dell’istituto stesso e, successivamente, nelle università pontificie. Un impegno di preparazione culturale finalizzato a formare un nutrito gruppo di paoline e fare di loro delle scrittrici, delle editrici di libri da diffondere nei centri apostolici, delle esperte nel settore della comunicazione sociale e della catechesi.

Percorrendo gli scritti di Maestra Tecla difficilmente si trova qualche direttiva a questo proposito. Riportava quelle del Fondatore, o si soffermava piuttosto su aspetti pratici, concreti, e sulla necessità per tutte di vivere ogni attività, ogni esperienza con umiltà, consapevoli della responsabilità che si ha nel gestire tempo, mezzi, doni di natura e di grazia.

Una sorta di regola saggia ed essenziale, buona da applicare nelle situazioni più dure. Come accadde ad esempio durante la seconda guerra mondiale, scoppiata di lì a pochi anni, causa di privazioni di ogni genere; Maestra Tecla non si stancava di rassicurare le sue «figlie» e di invitarle ad accogliere il sacrificio, offrendo ogni cosa per le tante realtà di sofferenza e di morte.

 

 

Lei stessa fu in molti casi impegnata con gioia nella distribuzione, a chiunque bussasse alla porta di casa, di quello che c’era a disposizione. E quando fu necessario, con grande premura fece ospitare nella casa generalizia il gruppo delle monache benedettine di Montecassino, sfollate dal loro convento a causa dei bombardamenti. Per circa un anno si prodigò per favorire loro un clima sereno e rispettoso della vita claustrale, e anche dopo continuò a provvedere loro tutto ciò di cui avevano bisogno.

Gli anni incerti della guerra registrarono altri avvenimenti di importanza storica per la giovane famiglia religiosa; tra il 1941 e il 1943, infatti, alla Società San Paolo e alle Figlie di San Paolo fu conferito il primo riconoscimento pontificio e l’approvazione delle Costituzioni ad experimentum.

Fece seguito, una decina d’anni più tardi, l’atto definitivo, attraverso il quale la Chiesa a tutti gli effetti riconosceva come fine della Società San Paolo e delle Figlie di San Paolo «la diffusione/divulgazione della dottrina cattolica mediante l’apostolato delle edizioni cioè la stampa, il cinema, la radio, la televisione e gli altri mezzi più efficaci e più celeri che l’umano progresso fornisce e le necessità e le condizioni dei tempi richiedono».

Uno stimolo a ripartire, appena possibile, per consolidare le presenze, e concentrare nuove energie in tanti Paesi del mondo.

Nell’aprile del 1949, Maestra Tecla parte con Don Alberione per un nuovo viaggio; ancora una volta la colpiscono in particolar modo le grandi masse di persone. Nelle Filippine, entusiasta, disse di sentirsi più vicina al Paradiso in mezzo a quella natura e sotto quel cielo.

Le sue grandi passioni: il Paradiso e le anime, a cui fare il bene. «Vi sono tante anime che aspettano la salvezza, e sono pochi gli operai del Vangelo. Pensate: ancora la metà dell’umanità non conosce Dio…»

Una sensibilità missionaria viva, la stessa che in anni più recenti ha spinto le sue suore verso alcune di quelle nazioni, europee e non, nelle quali le mutate condizioni sociopolitiche, seguite al crollo delle ideologie che avevano caratterizzato il secolo XX, lasciavano intravedere la possibilità di colmare il vuoto di valori e di ideali, generatosi in decenni di ateismo e di repressione politica, religiosa e culturale.

La forte esigenza di aiutare a ritrovare le ragioni profonde della propria esistenza offriva i presupposti adeguati per un impegno di evangelizzazione, che nel contesto sociale postmoderno non poteva rinunciare a valorizzare i mass media, a partire dalla stampa per finire con l’informatica, mettendo le tecnologie più moderne ed efficaci a servizio della Parola che salva.

Proprio come allora.  Maestra Tecla fu sostenitrice e promotrice attenta delle direttive di Don Alberione circa l’assunzione dei nuovi mezzi. Incoraggiava, suggeriva, proponeva, con la curiosità intelligente di chi ha a cuore il fine che ci si è prefissi, l’annuncio del Vangelo.

Sempre presente nelle tante attività di cui si occupavano le sue «figlie», tutte sollecitava a farsi carico di ogni modalità concreta di esprimere l’apostolato paolino.

Così accadde quando fu il momento di occuparsi di cinema, che intuì mezzo prezioso al servizio dell’evangelizzazione fra le grandi masse ancora scarsamente alfabetizzate.

 

 

Le esigenze e le possibilità di quel nuovo mezzo inducevano a un impegno consistente, nel quale furono coinvolte più direttamente le Figlie di San Paolo. Si trattava di scegliere il materiale cinematografico da proporre negli ambienti parrocchiali, di organizzare le agenzie di distribuzione, di tentare la via della produzione di soggetti a scopo catechistico e formativo.

Maestra Tecla non fu assente a tutto questo ulteriore fervore di iniziative, attenta a incoraggiare, orientare, esortare. Come sempre fiduciosa nelle direttive dell’Alberione, al suo fianco a sostenere le perplessità e le incertezze di chiunque, purché si facesse il bene.

«Ci sentiamo piccole di fronte al gran bene da fare e vediamo la nostra insufficienza. Ma con noi c’è il Signore: Non temete: io sono con voi è scritto in tutte le nostre cappelle. Coraggio, quindi, fidiamoci di Dio!»

Dopo la seconda guerra mondiale, con la ripresa economica si prospettarono situazioni e problematiche sociali complesse, e affiorò l’esigenza di un impegno formativo più adeguato ai tempi; strumenti idonei a questo scopo sembrarono essere le riviste.

Dopo l’esperienza ormai collaudata dei periodici Vita Pastorale, Il Giornalino, Famiglia Cristiana, si avviò nel 1952 Via, Verità e Vita, una rivista per la formazione di quanti operano negli ambiti della catechesi e della pastorale.

Nel 1955 ancora le Figlie di San Paolo iniziarono a realizzare un settimanale per le giovani, Così, che Maestra Tecla sostenne di tutto cuore e auspicò fin dal principio, un'accoglienza entusiasta.

«Si parli già della rivista fra noi, se ne parli in libreria, in propaganda; si studino tutti i mezzi di diffusione, tutte le industrie per arrivare a collegi, istituti, parrocchie… Nessuna si tiri indietro, dicendo: “A me non interessa…”. Tutte dobbiamo essere interessate…»

Non c’è attività anche di una sola Figlia di San Paolo al servizio della parola di Dio con i mezzi specifici affidati dalla Chiesa alla congregazione, che non debba coinvolgere in qualche misura tutti i membri della famiglia religiosa.

L’apostolato paolino non è soltanto, nella maggior parte dei casi, il risultato di un lavoro di équipe, ma soprattutto è frutto di una comunione profonda in ordine agli obiettivi da raggiungere, così che nel realizzare una parte non si deve mai perdere di vista il tutto.

Maestra Tecla ebbe uno sguardo attento e solerte nei confronti di ogni dimensione dell’apostolato paolino, e tutto assunse con grande responsabilità e serietà, nella preghiera e nell’immediatezza che il suo ruolo di superiora generale comportava: offrire sì le indicazioni e il sostegno necessari per l’esercizio dell’attività apostolica, ma in primo luogo l’esempio di una vita interamente dedita a Dio e alla comunicazione del Vangelo.

E un esempio, un modello ella fu anche nella prova, nella sofferenza fisica, che sopraggiunse a prostrare la sua fragile salute; per due anni, dal 1957 al 1959, in seguito a un’operazione chirurgica, fu costretta a diradare la sua presenza tra le «figlie» in Italia e nel mondo.

Riprese, con una nuova visita in America, verso la fine del 1959. Accanto alla gioia di una realtà che cresceva, di un apostolato che era richiesto, utile, apprezzato, la fatica dei problemi di sempre: non si è mai in numero sufficiente per rispondere a tutte le necessità, e non si è ancora abbastanza sante.

In quegli anni di grandi novità, che vedevano le battute di inizio dell’evento più significativo per la cristianità del secolo XX, il concilio Vaticano II, Don Alberione invitava i suoi, soprattutto coloro che nella Famiglia Paolina avevano incarichi di responsabilità, a un tempo di preghiera e di discernimento da viversi in un corso di esercizi spirituali straordinari della durata di un mese.

Maestra Tecla, in quel clima di intenso raccoglimento e di preghiera, concentrò le sue energie nell’affidare al Signore tutte le sue «figlie», e offrire la sua stessa vita per la loro santificazione.

E il 28 maggio 1960, festa della Santissima Trinità, solennità che celebra la pienezza di presenza e di santità di Dio in mezzo al suo popolo, la Prima Maestra si rese disponibile a morire per «guadagnare» le Figlie di San Paolo tutte a una adesione perfetta alla volontà divina.

Al di là, prima e a sostegno di ogni altro obiettivo, ogni «figlia» deve perseguire la santificazione: «Siamo qui per farci sante». Una meta ambiziosa, che è la ragion d’essere stessa di ogni iniziativa apostolica, di gioie e di fatiche, di tutti i passi percorsi per il Vangelo sulle strade del mondo. È questo anelito che ha sostenuto e sostiene il continuo itinerare delle Figlie di San Paolo lungo le strade percorse dall’umanità in cerca di felicità, di salvezza.

Nel 1961 giunse per Maestra Tecla il momento di mettere piede nella «grande Africa», dove le suore erano arrivate nel giugno del 1958.

In un contesto di forte instabilità politica e sociale, ella visitò la comunità paolina, presente allora soltanto nel Congo Belga, e ne riportò l’impressione di un mondo che «esercita un fascino speciale», assetato della parola di Dio.

In quell’occasione, con spirito profetico, ancora una sollecitazione alle «figlie» ad essere autentiche discepole di Paolo: «Assumete la bellezza e la miseria, i traguardi e i cammini dei popoli con i quali vivete, i loro costumi, le loro abitudini, gli stili, la festa e il dolore; tutto vi riguarda come cosa vostra. E in tutto questo predicate il Vangelo con gli strumenti che ci sono dati».

Il 16 giugno 1963, pochi giorni dopo la morte di papa Giovanni XXIII, Tecla Merlo fu colpita da spasmo cerebrale, la malattia che la portò nello spazio di tempo di otto mesi alla morte, e che, cammin facendo, le diede modo di restare nella mente e nel cuore di coloro che l’avevano conosciuta e amata come modello di sopportazione della sofferenza che la malattia le procurava, di coraggio, pazienza, umiltà, arrendevolezza.

Mesi di attesa, quasi, con il consueto avvicendarsi di eventi quotidiani e memorabili. Nell’agosto di quello stesso 1963 l’Ospedale Regina Apostolorum, voluto da Don Alberione per provvedere alle necessità di salute dei suoi «figli» e delle sue «figlie», ricevette inaspettatamente la visita del neo-eletto papa Paolo VI.

 

 

Il Santo Padre, rivolgendosi alle suore malate, le invitò ad accogliere dalle mani di Dio l’esperienza del dolore fisico come realtà molto preziosa, utile, se vissuta nella fede, a dare speranza alla vita umana. «Se acquista valore, se vale qualche cosa, non è energia sciupata, non è tempo perduto, non sono lacrime disperse e non è sacrificio inutile».

Maestra Tecla sentiva che poteva servire la sua famiglia religiosa anche così; visse in maniera tutta speciale la grazia di esercitare l’apostolato della sofferenza, considerato, al pari della propaganda, della redazione, di ogni forma di annuncio con gli strumenti della comunicazione sociale, apostolato paolino.

Quando la salute glielo permetteva, era ancora in mezzo alle sue «figlie», a esortarle com’era sua consuetudine, con l’autorevolezza di sempre, che le veniva dalla vita. Raccomandava a tutte l’obbedienza, di restare con semplicità nella volontà del Signore.

Si rammaricava soltanto di non poterle incontrare a una a una, com’era solita fare, di non essere in grado di rispondere alle loro lettere, farsi presente in qualche modo nelle necessità.

Il suo sguardo correva lontano, alle nuove generazioni di Figlie di San Paolo, ancora alle grandi moltitudini che attendevano di conoscere Cristo, la sua Parola di verità. E alla Chiesa, che in quello stesso tempo, per volontà del Concilio, con il decreto Inter mirifica affermava di sentire come «suo dovere predicare l’annuncio della salvezza anche mediante gli strumenti della comunicazione sociale».

Un riconoscimento, indiretto ma esplicito, della bontà della scelta di Maestra Tecla di stare sempre dalla parte di Don Alberione, da quel lontano giugno 1915 fino alla fine.

Il 5 febbraio 1964, Tecla Merlo fu colta da un nuovo attacco di spasmo; morì nel pomeriggio di quello stesso giorno. Le erano accanto Don Alberione, i fratelli, le Figlie che con lei avevano condiviso fatiche e responsabilità.

 

È ancora Don Alberione, che tanta parte aveva avuto nella sua esistenza, a sintetizzarne la ricca personalità: «Fu un’anima contemplativa… tutto vedeva in Dio, tutto proveniente da Dio, tutto ordinato a Dio, tutte le azioni indirizzate alla gloria di Dio. Quando si è arrivati a questo punto, allora l’anima è preparata a entrare in Paradiso, perché il Paradiso è glorificazione di Dio».

Il Paradiso, la meta alla quale aveva anelato con spirito semplice e fermo per tutta la sua vita. «Ho guardato tanto le stelle stanotte: di lì, dietro quelle stelle, il bel Paradiso ci aspetta. Coraggio! Guardiamo sempre in su!»

Guardare alle cose di lassù, avendo a cuore ogni situazione umana; leggere la storia alla luce della confidenza in Dio e della sapienza che promana dalla sua Parola, per saper cogliere e comunicare motivi di speranza in ogni contesto del vivere quotidiano.

Le Figlie di San Paolo, nella fedeltà allo specifico del loro carisma e all’insegnamento di Maestra Tecla, vogliono realizzare il suo sogno.

Sono tutte loro, oggi, le mille vite che Maestra Tecla avrebbe voluto avere per metterle a disposizione dell’annuncio del Vangelo, proclamato con i mezzi più moderni ed efficaci; le anima il desiderio di raggiungere ogni uomo e ogni donna, di ogni cultura, in ogni angolo della terra, e la consapevolezza di avere ricevuto un dono prezioso da condividere, la grazia della vocazione; un segno di predilezione e d’amore, che Maestra Tecla, madre nella fede e nella paolinità più autentica, accolse con umile gratitudine e valorizzò in pienezza.

Tecla Merlo, confondatrice delle Figlie di San Paolo, è stata proclamata venerabile il 22 gennaio 1991.

Don Giacomo Alberione, fondatore della Famiglia Paolina, è stato proclamato beato da Giovanni Paolo II il 27 aprile 2003.

Beatitudini delle Figlie di San Paolo 

Beate voi,
Figlie di San Paolo,
quando, rinunciando al conforto delle nicchie,
contate soltanto sulla mia Parola.
Beate voi,
quando accogliete la domanda mistica
delle nuove generazioni
e siete capaci di comunicare
la vertigine dell’ascolto di Dio.
Beate voi,
quando restituite alle parole il loro peso,
la loro significatività, la loro forza perforante,
la capacità di dare vita e di intrecciare relazioni.
Beate voi,
quando sapete parlare di tutto cristianamente
affrontando i temi scottanti del nostro tempo.
Beate voi,
quando, fedeli alla gente comune,
date voce ai piccoli della storia
e denunciando le ingiustizie,
contribuite alla globalizzazione della solidarietà.
Beate voi,
quando sapete esprimere la convivialità
in tutte le forme della comunicazione.
Beate voi,
quando partecipate dell’avventura
della nascita di un umanesimo integrale.
Beate voi,
quando cercate le vie per collaborare
con i professionisti della comunicazione.
Beate voi,
quando nel labirinto della rete,
vi fate voce guida, per indicare
«la Via fra le vie, la Verità fra le verità,
la Vita fra le vite».
Ogni volta che fate questo
alle mie sorelle e ai miei fratelli più piccoli
a qualunque latitudine, sotto qualsiasi cielo,
lo fate a Me!