Omelia per Centenario di fondazione della Congregazione

Agostino Card. ValliniVicario generale per la Diocesi di Roma

Cari Fratelli e Sorelle!
Care Figlie di San Paolo!

1. Ho accolto volentieri l’invito della Superiora Generale a presiedere questa Santa Eucaristia in occasione dell’apertura dell’anno centenario di fondazione della vostra Congregazione, 51° della morte della Cofondatrice e prima Superiora generale Suor Tecla Merlo. E’ un primo momento di lode e di ringraziamento al Signore – a cui ne seguiranno altri nel corso dell’anno – per i doni di grazia e di santità che il Signore ha fatto a voi, alle consorelle che vi hanno preceduto e alla Chiesa nel corso di un secolo – quante belle storie di fedeltà a Cristo e di servizio all’annuncio del Vangelo! – ed è insieme una celebrazione di intercessione per gli anni a venire, perché possiate essere fedeli al carisma fondazionale, di cui voi Paoline di oggi siete gli anelli di una catena di grazia che continua nella storia.

2. La Parola di Dio che è stata proclamata ci aiuta a penetrare nel cuore del mistero della vostra vocazione, che la Prima Maestra ha incarnato e fecondato con la sua vita, affascinata dall’esempio e dalla proposta del Beato Giacomo Alberione.

Il vangelo di Luca ci ha ricordato un momento importante di rivelazione dell’identità di Gesù e di coloro che accettano di seguirlo più da vicino. Come in altri momenti decisivi della sua vita, Gesù si trovava a pregare (Lc 9, 18) e dopo aver posto la domanda ai discepoli: che cosa pensa la gente di me? E per voi chi sono? Con la risposta di Pietro: tu sei il Messia, Gesù precisa la sua missione affermando che sarà la sua morte in croce a portare salvezza. Ma la fedeltà del Figlio di Dio al Padre fino alla morte infamante e alla risurrezione non sarà una strada che percorrerà da solo. Gesù non è un eroe solitario; il cammino della croce è una proposta per tutti; è la condizione per essere discepoli. Chi vuole seguirlo deve rinunciare a se stesso, cioè deve decentrarsi da se stesso per avere il proprio centro di vita in Lui, nel Signore Gesù, e questo percorso ha spesso il sapore della croce e di una croce quotidiana (“ogni giorno”). La croce nella vita del discepolo non è una emergenza, è legge permanente che impegna a due cose: non perdersi dietro le cose del mondo e non vergognarsi di Cristo. La fedeltà a questa sequela è la garanzia di essere partecipi della risurrezione.

3. Tecla Merlo, la vostra Cofondatrice, care Suore Paoline, questa legge fondamentale della sequela: seguire Gesù fino alla croce, accolta ogni giorno, con la certezza di essere partecipi della gioia della vita di risorti, l’ha capita e l’ha vissuta e ne ha fatto la ragione di tutta la vita. L’ha fatta sua, con cuore generoso fin dall’inizio, anche se forse ancora in forma embrionale, allorché a Castagnito (Cuneo), suo paese natale, nel 1912, aprì nella casa paterna un piccolo laboratorio dove accolse le ragazze desiderose di imparare a cucire e a ricamare per educarle alla fede e alla preghiera.

Tre anni dopo, nel 1915, il Signore le fece sentire la chiamata definitiva attraverso la proposta di Don Giacomo Alberione che – scriveva lei dopo alcuni anni (1923) – “mi parlò della nuova istituzione di figlie che avrebbero vissuto come suore …, ne fui subito entusiasta”. In seguito, dopo tanti anni, commenterà: “Quante grazie in questi anni e quanta poca corrispondenza! E’ tutta misericordia di Dio se sono ancora in Congregazione”. Nella sua umiltà ebbe la consapevolezza del disegno del Signore sulla sua vita e di essere chiamata ad aprire una via nuova per evangelizzare il mondo attraverso la buona stampa. Così nel dicembre 1918, il Fondatore la inviò a Susa con questo mandato: “Andate…, lavorerete nel silenzio, poi il Signore farà qualcosa di voi”, Teresa – questo il suo nome di battesimo – andò fiduciosa e poi commenterà: “La casa era poverissima e disagiata e sacrifici molti, ma si viveva felici, tutte protese verso l’ideale luminoso: farci sante e fare tanto bene nel mondo con la buona stampa”.

Che cosa significano queste parole, che rivelano l’anima di Tecla, se non seguire il Signore accogliendo anche le piccole e grandi croci della vita quotidiana? In fondo l’obiettivo era chiaro: formare una comunità che avesse per impegno la propria trasformazione interiore con una costante tensione alla santità. Così Tecla e le prime giovani sorelle si avviarono alla vita spirituale attraverso un itinerario di discernimento e di superamento dei propri difetti e di acquisto delle virtù fino alla decisione esplicita e gioiosa di offrire la vita al Signore per l’apostolato delle buona stampa. Così nel 1922, al termine di un corso di esercizi spirituale, le prime nove sorelle emisero i voti con il fine specifico di evangelizzare attraverso l’apostolato della stampa. In quell’occasione fu nominata Superiora Generale. Perché proprio lei? Le parole del Fondatore ci aiutano a capire di più, a penetrare l’anima profonda della Prima Maestra: “Chi deve dirigere bisogna che sia obbediente. E questo è uno dei motivi per cui nel piccolo gruppo di figliole che vi erano in principio nei primissimi anni, quello che mi ha fatto inclinare a scegliere lei come guida della comunità è stata la sua docilità. Quello che mi ha persuaso è che non aveva idee proprie, per così dire, non era pronta a dare consigli o mettere davanti il proprio giudizio, no, ella stava attenta a tutto, osservava attentamente quello che succedeva intorno. Si distingueva per la sua obbedienza, per la sua docilità. In quel primissimo tempo in cui nessuno poteva prevedere che cosa sarebbe stato della Congregazione, l’unico pensiero era abbandonarsi nel Signore, lasciarsi guidare in tutto” (PrPM, 22.2.1965).

E difatti quando don Alberione ha tentato di tratteggiare il profilo spirituale della Suor Tecla Merlo l’ha definita come la donna “senza resistenze” allo Spirito Santo: “Il Signore – diceva – ha fatto di lei quello che voleva, perché non ha mai avuto resistenze, …, mai resistere al volere di Dio”. E questo atteggiamento interiore l’accompagnò per tutta la vita e possiamo dire che fu un tratto distintivo della sua sequela di Gesù. E’ ancora il Fondatore che parla: “Oh la sua vita! Tutta nelle mani di Dio… fino al momento in cui il Signore l’ha chiamata all’eterno riposo, alla gloria. Voi sapete – continuava – che nell’ultimo tempo della sua malattia non aveva altra espressione che: ‘La volontà del Signore; quel che piace al Signore; sia fatta la volontà del Signore… Sempre docilissima…. Il Signore le mise sulle spalle, nonostante la sua gracile salute, una grande responsabilità, una grande missione… Nella sua vita era sempre pronta a tutto, a tutto quello che il Signore disponeva: non soltanto quindi all’obbedienza in generale, ma a tutto quello che veniva a conoscere che il Signore volesse da lei. Sempre pronta; sempre pronta a tutto” (ib). E proprio questo è stato il consapevole, voluto e perseguito atteggiamento interiore che guidava la sua vita. Al termine degli esercizi spirituali del 1951 scriveva: “Non vivere la nostra vocazione nel terrore e nell’angoscia, ma nell’amore e nella fiducia nel Padre Celeste. Fare ciò che abbiamo da fare e fidiamoci di Dio. Il Giudizio si compirà non secondo una determinazione di Dio, ma secondo le cose che avremo fatte. Mai diffidare; fino a che avremo un briciolo di vita, possiamo farci sante; siamo fatti per il cielo e si conquista con la lotta”. E proprio a proposito della lotta e della rinuncia, sull’esempio di Gesù, affermava: “Eleggere la rinuncia fino alla privazione, fino all’umiliazione, fino alla servitù. Questa è la scelta tragica e inevitabile per farsi sante. Decidersi per la rinuncia fino all’annientamento di sé. Bisogna rinnovarla ogni giorno, e non se ne comprende la portata se non a misura che si progredisce nella santità. Una tale scelta dà alla vita tutta la sua bellezza e il suo valore”. Ecco, care Sorelle, come la Prima Maestra ha seguito il Signore portando la croce ogni giorno fino alla gloria.

4. Nella prima lettura, un brano della I Lettera ai Corinti, Paolo richiama i cristiani di Corinto a non perdersi dietro a criteri che nulla hanno a che fare con la novità sconvolgente del Vangelo. Li esorta a considerare che non è il riferimento ai loro evangelizzatori che li rende grandi (sarà Apollo, Pietro o lo stesso Paolo), perché la grandezza vera dell’uomo è l’opera che Dio compie in lui: per cui chi si vanta, si vanti nel Signore crocifisso e risorto. Da Gesù riceviamo tutto e tutto è da attribuire a Lui. Questa è l’essenza dell’evangelizzazione. “Io ritenni – scrive poco prima del nostro testo – di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo e Cristo crocifisso” (1 Cor 2,2).
Essere strumenti di questa salvezza che porta a Gesù Cristo, e non a se stessi, è stata la chiara prospettiva con cui il Beato Giacomo Alberione e con Lui la Maestra Tecla hanno speso la vita, rendendola affascinante e santa. La stampa, il cinema, la radio, la televisione e tutte le altre moderne tecnologie sono i mezzi e i linguaggi di cui, come veri anticipatori, si sono serviti per portare nel mondo il Regno di Dio.

Leggendo la biografia della Prima Maestra si rimane colpiti dall’atteggiamento interiore con cui invitava le sue suore all’apostolato. Ella sapeva che chi tocca i cuori e li converte è solo il Signore e dunque bisogna accostarsi alle persone con rispetto e attenzione. Anzitutto il rispetto. In lei era lucida la convinzione che nell’apostolato con gli strumenti di comunicazione si servono i fratelli con qualcosa che non è nostro, ma che ci è stato affidato: la Parola di Dio, che occorre porgere con dignità, «come fa il sacerdote quando porge l’ostia». Ella esortava le Figlie di San Paolo a non perdere mai di vista la consapevolezza di che cosa si porta agli altri, chi sono gli altri, chi siamo noi. L’icona evangelica a cui si ispirava frequentemente era la visita di Maria alla cugina Elisabetta, che poneva come base della deontologia apostolica – potremo dire – lavorando nel mondo della comunicazione.

E poi l’attenzione culturale al mondo in cui operava. I suoi viaggi all’estero, dal 1936 fino al 1963, quattordici lunghi viaggi, avevano inciso profondamente nella sua vita, generando stupore, sorpresa e interrogativi. Nel 1952 ella diceva alla sue sorelle: “Siamo tutte Figlie di San Paolo, figlie dell’Apostolo della carità, il quale ai Corinti scriveva: Mi sono fatto tutto a tutti per salvare tutti. E tutto faccio per il Vangelo” …Tutto il mondo è per noi campo di apostolato. Dobbiamo amare tutti per far loro del bene». Portava i popoli nel cuore e si domandava: «Dove va questa umanità?». «L’idea forza – diceva – che ci deve animare, sono le anime. Dobbiamo sentirne l’assillo, dobbiamo essere preoccupate del modo di avvicinarle, di portare loro la parola di verità e di salvezza. Quante anime non odono una parola buona, non sentono mai parlare di Dio … Chi le deve aiutare? Chi le deve portare a Dio, se non noi che abbiamo ricevuto tante grazie dal Signore e abbiamo tra le mani mezzi efficacissimi di apostolato» (1950).

5. Care Sorelle, la testimonianza coraggiosa e attuale di questa grande donna abbiatela viva sempre in voi e trasmettetela agli altri. La Chiesa di questo nuovo millennio, per tanti aspetti inquieto e confuso, ha bisogno urgente di apostoli del calibro di Giacomo Alberione e di Tecla Merlo. Siamo attratti dal loro esempio, dal loro stile di vita, e preghiamoli, chiedendo loro di trasmetterci la passione per l’evangelizzazione che li ha mossi a rispondere senza riserva alla chiamata del Signore. Mi permetto fare mie le parola con cui San Giovanni Paolo II concludeva la Lettera Apostolica Novo millennio ineunte al termine del grande Giubileo del 2000: “Andiamo avanti con speranza! Un nuovo millennio si apre davanti alla Chiesa come oceano vasto in cui avventurarsi, contando sull’aiuto di Cristo. Il Figlio di Dio, che si è incarnato duemila anni or sono per amore dell’uomo, compie anche oggi la sua opera: dobbiamo avere occhi penetranti per vederla, e soprattutto un cuore grande per diventarne noi stessi strumenti» (Rm 5,5) (n. 58).