Celebrazione in onore di Madre Tecla Merlo Omelia del Card. Angelo Comastri

La futura Tecla Merlo, da bambina, sognava di andare dalle Suore del Cottolengo, ma non fu accolta per la sua fragile salute. Però è significativa l’aspirazione: voleva fare della sua vita un dono di Amore. Aveva idee chiare!
“La vita si realizza nel dono totale di sé”, non si stancava di ripetere Giovanni Paolo II e aveva perfettamente ragione.
Oggi si sta spegnendo la logica del dono e il mondo si popola di persone egoiste che vivono sole – insieme. Fatto terribile! Le folle delle nostre città sono un insieme di persone sole.

L’incontro con Don Alberione aprì alla futura Madre Tecla una nuova strada per donare la propria vita a Gesù per le anime.
Infatti, nella vita di Tecla Merlo si avverte un amore intenso per Gesù, che fa da motore a tutte le sue iniziative. Dall’amore per Gesù scatta la sua passione missionaria: ricordatelo bene!
Ella ha sentito in modo impressionante la vocazione missionaria della Chiesa: “La Chiesa in uscita” come ama ripetere Papa Francesco.

Significativo il primo viaggio all’estero nel 1936: quel viaggio dimostra un coraggio eroico, ma sempre ancorato alla preghiera, cioè all’amore appassionato per Gesù. Così ella stessa racconta: “Sul piroscafo non c’è il cappellano, sicché niente Messa, neppure oggi che è il Corpus Domini. Sono io la sola religiosa su questa nave: la sola italiana e la sola europea. Gli altri sono tutti americani: parlano inglese e qualcuno spagnolo … Mi sono fatta un altarino in cabina, e lì davanti faccio le mie preghiere: leggo la messa nel messalino, medito e faccio la comunione spirituale. Domenica ho anche cantato il Vespro e ciò conto di fare anche oggi”. Tecla Merlo non perdeva mai di vista la ragione della sua fatica missionaria. Poteva ben dire: “So in Chi ho creduto!”.

E la passione missionaria l’accompagna per tutta la vita e le dona un cuore giovane.
Oggi nell’apostolato ecclesiale si avverte un deficit di interiorità che è un deficit di amore per Gesù al quale fa da riscontro un eccessivo amore per se stessi. E così le opere di apostolato diventano impalcature perfette, però prive di amore entusiasta ed entusiasmante: e di conseguenza non trasmettono Gesù. Non era così in Don Alberione e in Suor Tecla Merlo.

Giorgio La Pira spesso confrontava i tempi di San Paolo e i nostri tempi. Si chiedeva: “Perché allora, con pochi mezzi, ci fu una grande diffusione del Vangelo?”. E rispondeva: “Allora, i cristiani erano infuocati di amore per Gesù e volevano diffonderlo e ci riuscivano”.
Carlo Carretto, uomo di preghiera e di intenso apostolato, diceva continuamente: “Non dimenticate che l’apostolato è un’interiorità che affiora e deborda sugli altri”.
Così è stato per Don Alberione e per Suor Tecla Merlo.

Suor Tecla era obbedientissima alle indicazioni di Don Alberione, il quale capì con grande anticipo l’importanza dei mezzi di comunicazione per la diffusione del bene o del male. Ormai, volenti o nolenti, questa è l’epoca dei “media”.

Don Alberione vide lontano e Suor Tecla con lui. Ma tradusse fedelmente la linea di apostolato di Don Alberione mettendoci il tocco femminile, che è la delicatezza.
Un esempio del 1930. Ecco come Don Alberione in una sua circolare spiega come intende le librerie paoline e la loro funzione. Scrive così: “Sono Centri d’Apostolato, non vetrine propriamente, ma insegna fatta di S. Paolo e Vangelo; non negozio, ma servizio; non vendita, ma apostolato con tutte le iniziative; non clienti, ma discepoli e cooperatori; non affari e cifre, ma Vangelo che spande luce e calore nella regione; non prezzi, ma offerte; non dominare, ma collaborazione umile alla Chiesa; non denari, ma anime…”.

Don Alberione è evangelicamente lucido e coerente e vuole tutto e subito. Vuole un decollo verticale. Questa rigorosa direttiva è rivolta a tutte le suore, nelle loro sedi, e prontamente Maestra Tecla la trasmette integrale. Ma la finezza di intitolarla “Indirizzo ed Esortazione” dà a tutto quel rigore una familiarità che rinfranca; e poi essa fa qualcosa di più. Aggiunge quale commento, due righe alla buona, tranquille e magistrali: “Queste cose leggetele bene e poi poco per volta verremo a questo. Non affannatevi, si farà poco per volta ma intanto si deve mirare lì”. Qui c’è il tocco della Madre e il profumo della donna umile.

È costante in lei il desiderio di farsi santa, cioè di donarsi gioiosamente a Gesù per le anime. Papa Francesco insiste tantissimo sulla gioia del credente che attira a Gesù e Madre Teresa, per esperienza personale, diceva: “La gioia è la calamita che attira le anime”.
Il desiderio di farsi santa convive in Madre Tecla con il desiderio di servire e stimolare la santificazione di tutte le Figlie di San Paolo: i santi sanno che non possono e non devono mai camminare da soli.

Questi due desideri (santificazione personale e santificazione degli altri) infatti non possono separarsi. Santa Teresa di Lisieux ha espresso mirabilmente il dinamismo dell’apostolato cristiano quando ha detto: “Più mi immergerò nell’oceano dell’Amore di Dio e più attirerò a Gesù le anime che avvicino: attirami e correremo!”. C’è una grande sintonia tra Santa Teresa di Lisieux e Madre Tecla.

Oggi, purtroppo, è diffusa una tiepidezza spirituale che sterilizza l’apostolato: manca l’immersione nel fuoco e, pertanto, non si trasmette il calore di Dio. Dobbiamo ritrovare il fervore!
Commovente e indicativa dell’alto livello dell’amore che aveva nel cuore è l’offerta della vita perché tutte le Figlie di San Paolo si facciano Sante (28 maggio 1961). Questo gesto lo compiva con semplicità e con spontaneità … perché i santi non si accorgono di essere eroi.
Suor Tecla è profondamente convinta che il tralcio staccato dalla vite non può portare frutto: ecco perché mette al primo posto la preghiera per la santificazione delle sue suore.
Meravigliosamente evangelica è l’affermazione che le è uscita dal cuore davanti ad un situazione particolarmente difficile: “Non sappiamo dove sbattere la testa: la sbatteremo sul Tabernacolo!”.

Questa è la fede che smuove le montagne, cioè è la fede che supera tutte le difficoltà.
E questa fede è tipica delle anime umili (quelle che hanno soggiogato il mostro dell’orgoglio!).
Il 14 ottobre 1943 scrive in un appunto: “Signore, ti ringrazio che mi hai fatto capire che sono la più indietro, la più misera, che capisce poco e la maggior peccatrice del mondo. Poi ho capito con la tua grazia che tutto è disposto e permesso da te, anche lo stare malata, debole, misera. Gesù confido in te! Maria Santissima aiutami!”. Come sono belli questi sentimenti!
Gesù fa grandi cose con anime così! E Madre Tecla ne è una prova!

Vorrei, in conclusione, porvi una domanda: perché la devozione a San Paolo? Certamente perché San Paolo è stato un apostolo infaticabile: impressionante, ancora oggi, è il racconto dei suoi viaggi e il suo fervore che non si ferma davanti a nessuna difficoltà. Basta leggere

2Cor 11, 24-29: “Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i quaranta colpi meno uno; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balìa delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; disagi e fatiche, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. Oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese. Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non ne frema?”.

Ma come si è acceso il motore interiore di San Paolo? Sulla via di Damasco. Ascoltiamo il breve dialogo: “Saulo, perché mi perseguiti?

“Chi sei?”
“Sono Gesù che tu perseguiti!” “Che devo fare, Signore?”
“Alzati e prosegui verso Damasco. Là ti sarà detto tutto ciò che è stabilito che tu faccia”.
Paolo, in questo veloce dialogo, capisce che l’Amore è l’unica forza di Dio, Dio è l’Amore Onnipotente! E Dio ci ama per puro dono: senza alcun merito nostro!
Paolo, sulla via di Damasco, era un persecutore di Cristo. E Cristo lo cercò, lo chiamò, lo amò per pura misericordia. Questa cosa vale anche per noi.
Paolo lo capisce e così scatta l’amore: il motore si accende. Paolo vuole rispondere all’Amore con l’Amore. Sarà lui a dire: “Se non ho la Carità, io non sono nulla”.
L’apostolato è una questione di amore e non di tecnica. Don Alberione e Suor Tecla lo capirono perfettamente.
San Francesco morente disse ai suoi frati: “Io ho fatto la mia parte. Gesù conceda a voi di fare la vostra parte…”.
Ricordatevi che i carismi non si ereditano, ma ogni generazione se ne deve riappropriare ripartendo daccapo.

Questo vi chiedono Don Alberione e Madre Tecla.

Basilica Maria Regina Degli Apostoli – Roma, 5 febbraio 2014

* Angelo Card. Comastri Vicario Generale di Sua Santità per la Città del Vaticano Arciprete della Basilica Papale di San Pietro